[REQ_ERR: 403] [KTrafficClient] Something is wrong. Enable debug mode to see the reason. Business – Quotate

Business

Chcete pracovať na voľnej nohe? Na čo sa treba pripraviť a čo nezabudnúť

Zbaviť sa open space kancelárie, túžba cestovať, zúročiť svoje skúsenosti pre vlastný projekt, denný režim podľa svojich predstáv. Aj to sú dôvody, ktoré lákajú ľudí začať pracovať na voľnej nohe. Freelancing, ako sa tento spôsob nazýva, je čoraz populárnejší a mnoho „voľnonožcov“ na neho nedá dopustiť. Pohrávate sa aj vy s touto myšlienkou? Pripravili sme pre vás tipy, na čo by ste mali myslieť predtým, ako sa rozhodnete osamostatniť.

Našliapnite na voľnú nohu

Chcete začať podnikať na voľnej nohe? Dostatok skúseností a znalosť odboru je obrovskou výhodou. Nemožné to však nie je ani bez predchádzajúcej praxe, pripravte sa však na kopec tvrdej práce, samovzdelávania a zamietavých odpovedí. V prípade, že ste zamestnaní a pohrávate sa s myšlienkou na freelance, snažte sa vo voľnom čase získať aspoň jedného stáleho klienta.

Takého, ktorý bude s vami dlhodobo spolupracovať a postará sa o časť vášho príjmu každý mesiac. Pracujte pre neho vo voľnom čase – po večeroch alebo cez víkendy. Keď sa bude blížiť váš odchod zo zamestnania, začnite aktívne hľadať ďalších klientov, neodmietajte však ani jednorázové zákazky.

Ak k ním pristúpite zodpovedne, získate za ne peniaze, pomôžu vám s budovaním dobrého mena a hlavne v prípade spokojnosti, máte veľkú šancu, že sa na vás klient opäť obráti. Keď už sa na voľnú nohu postavíte, majte pripravené portfólio najlepších prác, ktorými sa budete prezentovať. Veľkou pomocou sú tiež slovné referencie od zamestnávateľa a klientov. Počítajte aj s mŕtvymi obdobiami, prekleniete ich vďaka úsporám – na účte majte odložené aspoň tri mesačné platy.

Italia prima nella Ue per crescita dei banchieri milionari: ora sono 241

Crescono i manager milionari nel sistema bancario italiano mentre perde leggermente quota la Gran Bretagna per effetto della Brexit.

Nel 2019, secondo il rapporto dell’Autorità bancaria europea (Eba) sui compensi degli «high earners», i dirigenti che hanno ricevuto compensi superiori al milione di euro (la cifra include retribuzione di base, bonus e contributi previdenziali) sono aumentati del 17% in Italia, passando da 206 a 241, spartendosi una torta complessiva da 419 milioni di euro.

Nella Ue (i dati includono per l’ultima volta la Gran Bretagna) i milionari sono rimasti sostanzialmente stabili, aumentando di uno 0,5% a quota 4.963, di cui il 70,9%, pari a 3.519, concentrato nel Regno Unito.

In Italia l’aumento maggiore

L’aumento dei banchieri «a sei zeri» in Italia è il più consistente registrato tra i grandi Paesi europei, con un +17% contro il +15,3% della Francia (da 234 a 270) e il +9,3% della Germania (da 450 a 492).

Gran Bretagna in leggero calo

Quasi un centinaio di banchieri top ha lasciato la Gran Bretagna prima della sua uscita dall’Unione europea. Il paese è ancora saldamente in testa con il 71% dei 4.963 banchieri nella categoria di retribuzione più alta in tutto il blocco nel 2019, in un segno di come Londra sia rimasto il più grande centro finanziario d’Europa, con un totale di 380.000 persone impiegate nel settore bancario britannico ma con una quota in discesa dei banchieri al top (-2,6%).«L’aumento dei top earners è risultato principalmente dall’impatto del trasferimento del personale dal Regno Unito alla Ue come parte dei preparativi per la Brexit», scrive l’Eba.La maggior parte dei banchieri che guadagnano di più nell’UE hanno sede nei principali centri finanziari di Francoforte, Parigi e Milano, con altre sedi a una o due cifre.L’Ue ha messo un tetto ai bonus dei banchieri nel 2014 fissandolo al doppio della paga di base previa approvazione degli azionisti, una misura a cui la Gran Bretagna si è opposta all’epoca ma che finora ha lasciato intatta dopo la Brexit.

Source link

Rossella Locatelli: «Banche, ruolo fondamentale per la spinta verso la sostenibilità»

«Oggi la sfida è quella di affrontare le tematiche ESG o CSR con un approccio globale nell’ambito delle strategie aziendali». Rossella Locatelli, professoressa ordinaria all’Università dell’Insubria, vicedirettrice del CreaRes, presidente della quotata BF e membro dei board di Consorzi agrari d’Italia, al terzo mandato nel cda di Intesa Sanpaolo e presidente del comitato rischi, guarda al prossimo futuro della sostenibilità in Italia fra sistema bancario e industriale.

«L’accelerazione imposta dagli orientamenti europei e internazionali ha fatto emergere la necessità che l’approccio alla sostenibilità sia sistematico e debba radicarsi nella cultura aziendale e originandosi dalla condivisione dei valori e dall’ascolto di tutti gli stakeholder» sottolinea Locatelli, che aggiunge: «Non bisogna dimenticare, però, il fatto che le imprese, che siano industriali, di servizi o finanziarie, devono guardare alla sostenibilità economica e finanziaria con uno sguardo di lungo periodo, che è il presupposto per la loro sopravvivenza, ma che va contemperato con obiettivi relativi all’impatto sociale e ambientale dell’attività di impresa. L’attenzione agli azionisti e alle motivazioni del loro investimento nel capitale della società è importante».

A dover cambiare, quindi sono anche le richieste del mercato e degli investitori istituzionali, come di fatto stra già avvenendo. «Ne “La vista corta” Tommaso Padoa Schioppa denunciava già anni fa come elemento critico il fatto che mercati finanziari spesso vanno a chiedere un rendimento a breve. Questo non collima con il concetto di sostenibilità, che deve diventare una richiesta del mercato e degli azionisti. La spinta verso comportamenti rispettosi degli obiettivi di sostenibilità deve partire da un diffuso orientamento degli investitori, oltre che da una sollecitazione normativa. In questo modo il sistema può spingere i manager ad azioni concrete per allungare l’arco temporale delle loro decisioni» precisa Locatelli, aggiungendo: «Nel promuovere un orientamento alla sostenibilità è fondamentale il ruolo della governance e in particolare dei consigli di amministrazione, che possono dare elementi di stimolo al management. Uno strumento molto importante è rappresentato anche dai sistemi di remunerazione variabile che possono essere costruiti, nella parte di incentivazione a lungo termine, inserendo parametri di valutazione legati a indicatori ESG».

D’altra parte non ci si può aspettare da parte delle aziende che il cambiamento di business e di strategie in direzione di uno sviluppo più sostenibile avvenga per meri motivi etici. «Dove ci sono delle regole che premiano ed elementi che rendono la scelta valoriale conveniente, il management sarà più portato a prendere decisioni coerenti con gli obiettivi di sostenibilità. La regolamentazione attribuisce alle banche un ruolo fondamentale per spingere le imprese verso scelte Esg, perché ci sono e sono in gestazione regole in base alle quali alle banche è richiesto di valutare il merito di credito anche in base al profilo Esg dei soggetti finanziati».

Temi di sostenibilità che gli istituti di credito stessi devono affrontare anche al loro interno. «Le banche rispetto ai problemi di climate change sono molto sollecitate dalla Bce, che sta portando avanti un processo di analisi del posizionamento delle banche rispetto ai rischi di climate change (fisici e di transizione). Da un lato le banche sono spinte a valutare e a gestire l’impatto del climate change sulla rischiosità del loro portafoglio crediti. Dall’altro lato, l’elaborazione di politiche creditizie che portino a selezionare e ad escludere aziende che operano in settori che con impatti sul clima non può che essere il risultato di un percorso di analisi serio e difficile. Scelte di esclusione generano anche costi e per questo non possono che essere fatte nella logica di gradualità e dunque di medio-lungo periodo» sottolinea Locatelli.

Source link

Zooplus, pet food da 3 miliardi: schizza il titolo sull’opa dei fondi H&F

(Il Sole 24 Ore Radiocor Plus) – Zooplus decolla alla Borsa di Francoforte, dopo l’annuncio dell’Opa amichevole lanciata dai fondi Hellman & Friedman che la valorizza circa 3 miliardi di euro.Le azioni della società di e-commerce di cibo e accessori per animali domestici hanno segnato un rialzo del 40% superando il prezzo dell’offerta che è di 390 euro per azione in contanti.

Il petfood è un business da 2 miliardi. E ora è anche fresco

Accordo di investimento con Hellman&Friedman

In un comunicato, Zooplus, che ha sede a Monaco di Baviera, ha annunciato di avere siglato “un accordo di investimento” con Hellman&Friedman per “una partnership strategica mirata a rafforzare nel lungo termine la posizione di leadership della società nel settore dedicato agli animali domestici, che è in crescita e rapida evoluzione”. In un contesto “sempre più competitivo” e con sempre maggiori richieste da parte dei clienti, H&F “aiuterà Zooplus ad effettuare rilevanti investimenti orientati alla crescita” e “a questo fine, ha annunciato l’offerta pubblica per acquistare tutte le azioni” della società. Il Consiglio di gestione e quello di sorveglianza “accolgono con favore la partnership e danno il loro sostegno all’offerta”, precisa il comunicato, sottolineando che gli azionisti beneficeranno di un premio del 50% rispetto del prezzo medio ponderato sui volumi del titolo degli ultimi tre mesi e del 40% rispetto alla chiusura del 12 agosto, oltre ad essere del 34% superiore al livello massimo raggiunto dal titolo prima dell’offerta. H&F si sono già assicurati l’apporto all’Opa del 17% del capitale di Zooplus da parte di componenti del Consiglio di Gestione, in qualità di azionisti a titolo personale e di Maxburg Beteiligungen, “un azionista di lunga data” della società che è anche rappresentato nel Consiglio di Sorveglianza. In caso di successo dell’Opa H&F intende procedere al delisting della società.

Nel 2020 fatturato di 1,8 miliardi di euro

Zooplus è stata fondata nel 1999 come start-up ed opera ora in 30 Paesi europei, con oltre 8 milioni di clienti. Nel 2020 il fatturato è stato di 1,8 miliardi di euro, in crescita del 18% e pari a circa il 7% del mercato europeo delle forniture per animali domestici, sia online che offline. L’utile netto è stato di 18,7 milioni contro la perdita di 12,1 milioni del 2019.

Source link

Chiara Mio: «Così la sostenibilità può diventare l’arbitro del mercato»

«Nonostante la parola sostenibilità sia molto utilizzata, vi è una gran confusione sul tema. Le aziende che fanno sostenibilità sono poche, perché non è sufficiente darsi una p€itturata di verde. Essere un’azienda sostenibile significa interrogarsi su come il proprio modello di business può essere radicalmente cambiato attivando tecnologia, accessibilità, comprensibilità per il consumatore e prospettiva di creazione di valore nel lungo termine». Chiara Mio, professoressa all’Università Ca’ Foscari di Venezia, presidente di Crédit Agricole Friuladria e membro nei board Ovs, Danieli, Eurotech e nel cda di Sofidel si occupa di sostenibilità dal 1995 e ha appena pubblicato il volume “L’azienda sostenibile” con Laterza. Certo di passi avanti ne sono stati fatti dai tempi in cui «era solo un tema da donne», ricorda Mio, ma molto resta da fare a partire dalle istituzioni: «L’azienda sostenibile ha bisogno di un ecosistema sostenibile: istituzioni che facciano il loro lavoro, consumatori con sensibilità, associazioni datoriali che diano indicazioni comuni ai singoli settori. In questo senso la pubblica amministrazione dovrebbe dare l’esempio e con il Pnrr avremo l’occasione di accelerare in questa direzione».

Sul fronte delle imprese resta comunque, come ha notato nel suo libro, il problema di rendere «misurabile» la sostenibilità sia per l’esterno sia internamente alle aziende. «C’è il rischio di messaggi plurali: finora abbiamo misurato le imprese con il profitto (ricavi meno costi), oggi invece dobbiamo misurare le aziende in tema di sostenibilità attraverso la governance, l’impatto ambientale e l’impatto sociale. Ognuno di questi ambiti ha poi molteplici sfaccettature. Non è stato ancora trovato un indicatore sintetico di tutti questi aspetti e la ricerca sta andando in questa direzione».

Una direzione richiesta sia dai consumatori sia dagli investitori e dalle banche. «Il consumatore deve essere in grado di riconoscere le aziende sostenibili: qualcuno si affida alle certificazioni di un ente terzo, ma non sempre è possibile, allora ci sono i rating di sostenibilità. Le certificazioni poi hanno due livelli: quelle relative ai prodotti e quelle relative all’intera azienda. In questo secondo caso il driver arriva dalla finanza», sottolinea Mio, che precisa: «Per crescere le aziende hanno bisogno di capitali. Le aziende sostenibili sono meno rischiose, per questo le banche hanno maggiori disponibilità da investire in questa direzione. Le aziende più rischiose richiedono maggiori accantonamenti da parte delle banche e quindi le occasioni di credito non potranno essere moltiplicate. Inoltre sul fronte investitori istituzionali basta citare un dato: oltre il 60% del risparmio gestito in Europa si muove secondo criteri di Esg. Il risparmiatore punta su fondi che devono investire a loro volta nell’ottica di lungo termine, con rischi bassi e rendimento certo. E la sostenibilità garantisce queste caratteristiche».

Inutile dire che le dimensioni medie ridotte delle imprese italiane non possono essere una scusa a non investire in questa direzione. «La sostenibilità non ha confini di settore. Prendiamo l’esempio di Erg, che dall’oil è riuscita a riconvertirsi nelle energie rinnovabili. Questo dimostra che anche settori che sembrano lontani dalla sostenibilità sia possibile evolvere. Inoltre non esiste una barriera dimensionale: le Pmi si trovano a doversi riconvertire alla sostenibilità per poter essere fornitori nelle supply chain» spiega Mio, aggiungendo poi: «In Italia siamo posizionati molto bene. È quasi un fenomeno carsico: c’è molta più sostenibilità di quanto non si veda, perché la sostenibilità fatta dalle pmi è poco visibile». E peraltro spesso è stata portata avanti da manager donna: «Le donne hanno dimostrato di riuscire a trasformare le aziende dall’interno in una direzione in cui il Paese ora si trova costretto a investire. Bisogna riconoscerlo alle manager».

Source link

Genovese in uscita da Prima. Carlyle tratta, ma resta in corsa SoftBank

Il fondo americano Carlyle tratta la quota di Alberto Genovese in Prima Assicurazioni, noto gruppo assicurativo specializzato nelle polizze online che da start-up è diventato realtà in forte crescita. Oggetto di trattativa sarebbe la quota (in modo indiretto il 25%) di Genovese, l’imprenditore incarcerato nel novembre dello scorso anno con l’accusa di violenza sessuale. Carlyle sarebbe sull’operazione tramite il veicolo Credit Opportunities Fund. Le parti sarebbero al lavoro su patti parasociali, anche con gli altri soci di minoranza. Le discussioni sono ancora complesse e la fine della trattativa, se andrà in porto, è prevista a settembre.

Quote Genovese: riassetto in corso

Sulle quote azionarie di Genovese è stato avviato nei mesi scorsi un riassetto: operazione necessaria, anche per rispetto dei criteri Esg (environmental, social, and corporate Governance). Tra i soci di minoranza di Prima ci sono investitori anglosassoni come Goldman Sachs e Blackstone che richiedono il rispetto di determinati criteri etici. In aprile è stato così affidato un incarico alla banca d’affari Vitale, per organizzare un processo di cessione delle quote, e anche alla società di advisory Partners, che invece ha effettuato una valutazione della compagnia assicurativa. Dopo una scrematura dei potenziali interessati al pacchetto azionario di Genovese sono emersi, tra gli altri, Permira, Softbak, il gruppo Usa Carlyle, ma anche l’americana Silicon Valley Bank.

Il testa a testa tra Softbank e Carlyle

Alla fine quest’ultima, che sembrava in una prima fase favorita, si è ritirata e per Prima Assicurazioni la corsa si è trasformata in un testa a testa fra la giapponese Softbank, e Carlyle. Quest’ultimo gruppo (affiancato dai legali di Latham & Watkins) sarebbe ora favorito, mentre Softbank sarebbe allla finestra. Ma da sistemare ci sarebbero diversi nodi di governance.

La valutazione di Prima Assicurazioni

Secondo indiscrezioni, la valutazione complessiva (in termini di Ev) che sarebbe stata data a Prima Assicurazioni sarebbe attorno ai 900 milioni: basata sulla crescita degli ultimi anni. Il 2020 si è chiuso infatti con premi lordi pari a circa 290 milioni di euro con oltre un milione di clienti, più del doppio dei poco più di 131 milioni di premi del 2019. Fondata nel 2014 da Alberto Genovese e Teodoro D’Ambrosio, oggi il capitale di Prima è controllato al 50,6% da First Technologies Holding (la ex Alberto Genovese Technologies, controllata da Genovese e partecipata da D’Ambrosio), con Goldman Sachs Private Capital Investing e il fondo Tactical Opportunities di Blackstone che possiedono oggi poco meno del 40% del capitale, da quando nell’ottobre 2018 avevano sottoscritto un round di investimento da 100 milioni di euro.

Source link

La galassia Preatoni verso la Borsa di Parigi

Portare in Borsa, a Parigi, entro la fine del 2021 la costellazione di aziende creata negli anni da Ernesto Preatoni e nel contempo riorganizzare il tutto con la creazione di una holding nella quale far confluire le almeno 40 società che fanno capo alla famiglia, distribuite in varie parti del mondo, la cui più nota è Domina Vacanze: da Dubai alle Repubbliche Baltiche, dalla Germania all’Egitto con il Domina Coral Bay di Sharm El Sheikh. In totale oltre tremila dipendenti. È il progetto di razionalizzazione e rilancio degli asset della famiglia che riprende nuova vita: un progetto, già pronto a marzo dell’anno scorso, congelato a causa del Covid, e ritenuto ormai non rinviabile. L’iniziativa subirà nei prossimi mesi una decisa accelerazione: tra settembre e ottobre dovrebbe essere tutto pronto.

La frenata imposta dal Covid

«Il Covid ha rallentato tutto: entro la fine dell’anno saremo quotati sul mercato di Parigi di Euronext con una nostra Holding. La nuova holding, che si chiamerà Preatoni, raggrupperà tutte le aziende create nel tempo da mio padre», spiega Eugenio Preatoni, Chief executive officer di Domina vacanze che in questi giorni si trova all’Hotel Zagarella di Santa Flavia in provincia di Palermo impegnato a ragionare su un piano di rilancio della struttura turistica. «È stata acquistata una società già quotata che sarà utilizzata come veicolo e successivamente sarà rinominata. Lo sbarco in Borsa servirà a razionalizzare il tutto perché un conto è presentarsi con una unica società un altro è di volta in volta con una società diversa. La forza contrattuale, per esempio con le banche, è certamente diversa».

Il primo obiettivo di questa operazione è di sviluppare un vero piano industriale che coinvolga tutte le attività della famiglia e dunque in particolare il settore immobiliare che sta anche cambiando pelle: «Mio padre – dice Eugenio – è uno straordinario imprenditore visionario che ha sviluppato cose straordinarie ma la gestione ordinaria lo annoia. Ma è lì che ora è necessario intervenire».

Perché una quotazione senza Ipo

Per quanto riguarda la quotazione l’amministratore delegato del Gruppo Domina vacanze spiega la logica dell’intervento in termini di abbattimento dei costi e dei tempi: «Non faremo una Ipo – dice Eugenio Preatoni —. Abbiamo trovato un veicolo: abbiamo già rilevato una società già quotata e svuotata che stava per essere delistata dai commissari perché non aveva più ragione di esistere. Abbiamo approfittato di questa occasione perché listare una società è molto più complesso mentre fare gli apporti è molto più semplice. Quindi il veicolo lo abbiamo preso, lo abbiamo svuotato, adesso faremo gli apporti e cambierà nome. Le valutazioni sulle nostre società che si facevano un anno fa erano di circa 850 milioni e adesso a causa del Covid siamo sui 475 milioni: secondo me eravamo sottovalutati già a 850 milioni ma pazienza. Ci rimettiamo un po’ sulla raccolta iniziale e metteremo a disposizione un po’ di flottante però ci va bene lo stesso. Io penso che torneranno quei valori precedenti alla pandemia».

Dopo la quotazione il rebranding

Una operazione che servirà anche a garantire l’aspetto successorio: «Mio padre ha 79 anni e vuole lasciare tutto in ordine: chi tra i figli è interessato nell’attività di famiglia potrà farlo, chi invece non lo è potrà seguire le proprie strade». Avviata la quotazione il progetto prevede altre fasi di sviluppo: espandere il numero di strutture e un rebranding di tutto il gruppo.

Source link

Abn Amro svetta ad Amsterdam, nel secondo trimestre tornano utile e cedola

(Il Sole 24 Ore Radiocor Plus) – Abn Amro svetta alla Borsa di Amsterdam dopo avere annunciato conti trimestrali nuovamente in utile e la ripresa del pagamento del dividendo, con il ritorno all’abituale politica di pay-out. L’istituto ha segnato un utile netto di 393 milioni di euro nel secondo trimestre del 2021, dopo le perdite per 5 milioni nello stesso periodo dello scorso anno e per 54 milioni nel primo trimestre, grazie al rilascio di accantonamenti effettuati lo scorso anno a fronte della crisi del Covid-19. I primi sei mesi dell’anno si sono conclusi con un risultato positivo per 339 milioni contro un rosso di 400 milioni nella prima metà del 2020. Nel secondo trimestre sono stati rilasciati 79 milioni di accantonamenti per svalutazioni di riflesso al miglioramento del quadro macro-economico e mentre va avanti la liquidazione del portafoglio Cib non strategico, ha spiegato la banca. Nel primo trimestre sono stati rilasciati 77 milioni, mentre lo scorso anno erano stati accantonamenti 703 milioni e nell’insieme nei primi sei mesi sono stati rilasciati 156 milioni contro un onere di 1,8 miliardi nella prima metà del 2020. Il risultato operativo del trimestre è per altro diminuito del 36% su base annua a 504 milioni, a causa di una riduzione del 13% dei ricavi operativi a 1,7 miliardi e di un aumento del 2% delle spese operative a 1,2 miliardi, ma è migliore dei 4 milioni del primo trimestre. Nel semestre risulta però in netto calo a 508 milioni da 1,41 miliardi lo scorso anno.

Sottolineando la solidità patrimoniale che vede l’indice Cet 1 Basilea 3 al 18,3% e «a circa il 16%» su Basilea 4, Abn intende pagare in ottobre il dividendo finale del 2019 di 0,68 euro per azione e riprendere la sua politica di distribuzione del 50% dell’utile netto. Il gruppo – ha inoltre sottolineato il ceo Robert Swaak – continuerà a concentrarsi sulla riduzione dei costi per raggiungere 700 milioni di risparmi entro il 2024 e prevede che il costo del rischio nel 2021 sia «decisamente inferiore alla guidance nell’arco del ciclo di 25-30 punti base».

Source link

Le compagnie aeree non riprendono quota: il semestre costa altri 7,8 miliardi

Non sarà l’estate della ripresa per il settore del trasporto aereo. L’inversione della curva è rimandata e i dati del comparto sono ancora lontani dai livelli pre-Covid. Pesano le restrizioni dei voli, l’aumento dei contagi per la variante Delta e i piani vaccinali in fase di completamento. Migliora la situazione all’interno dell’Unione Europea grazie all’introduzione dal primo luglio del green pass riconosciuto dai 27 paesi dell’Unione Europea per evitare la quarantena ai passeggeri che hanno terminato con le due dosi i piani vaccinali. Al contrario, pesa la chiusura degli Stati Uniti ai turisti europei: proprio gli States hanno modificato le restrizioni negli ultimi giorni, troppo tardi per avere un impatto positivo sulla stagione estiva. Per le legacy carriers le restrizioni sul long haul pesano come un macigno e con esse la limitata ripresa dei viaggi business.

Lieve miglioramento rispetto al tragico 2020

Le ricadute inevitabili si vedono sui bilanci delle compagnie europee che nei primi sei mesi hanno accusato perdite operative per 7,81 miliardi di euro contro 10,49 miliardi nei primi sei mesi del 2020. Certo, un miglioramento c’è stato, ma non quanto ci si poteva aspettare dopo l’anno tragico del 2020 certificato anche dalla Iata: secondo l’associazione internazionale delle compagnie aeree, lo scorso anno è stato il peggiore nella storia del trasporto aereo commerciale che data circa 100 anni. Vale la pena ricordare che al culmine della crisi nell’aprile 2020, il 66% del trasporto aereo commerciale mondiale è stato bloccato a causa della chiusura delle frontiere o dell’imposizione di rigorose quarantene.

Un milione di posti di lavoro sono scomparsi. E le perdite del settore per il 2020 sono state pari a 126 miliardi di dollari. Quest’anno la situazione è in miglioramento, ma i primi mesi dell’anno sono stati ancora difficili, prima dell’avvio dei piani vaccinali da parte dei paesi, senza dimenticare che lockdown e restrizioni hanno dominato il primo trimestre dell’anno in corso, mandando in fumo le vacanze pasquali.

Capacità di offerta ancora molto limitata

Mentre le legacy carriers – Lufthansa Air France-KLM, IAG (British Airways, Iberia, Air Lingus) – hanno annunciato l’avvio dei voli per gli Stati Uniti a partire da settembre, i loro risultati semestrali continuano ad essere in profondo rosso: per Lufthansa nonostante il miglioramento dei flussi di cassa tornati positivi per la prima volta dall’inizio della crisi, la sua capacità di offerta non andrà oltre il 40% rispetto ai livelli del 2019 pre-Covid in linea con IAG che si attesterà sul 45%; quella di Air France-KLM, invece, è stimata tra il 60% e il 70%, il dato più elevato tra le compagnie in Europa soprattutto per i voli interni e intra-europei.

La flessibilità premia le low cost

Diversa la prospettiva per le compagnie low cost che possono contare soltanto sui voli intra-europei e non sul lungo raggio, ma hanno una flessibilità che consente loro di aggiustare l’offerta velocemente rispetto ai cambiamenti repentini delle restrizioni ai voli decise dai governi. La competizione tra i vettori (Ryanair, easyJet e Wizz Air) si gioca sull’ultimo volo. Wizz Air ha dichiarato che per la stagione estiva è in grado di offrire una capacità pari al 90%, quindi vicino ai livelli pre-Covid; per il 2021 Ryanair ha annunciato 379 nuove rotte e 10 nuove basi in Europa. Trimestre difficile per easyJet con una capacità che non è andata oltre il 17% ma destinata a salire al 60% entro la fine dell’anno.

Source link

Litio dal Reno, l’australiana Vulcan Energy ora punta alla Borsa tedesca

Materie prime e automotive

La quotazione sarà accompagnata da Berenberg Bank. Il minerale sarebbe estratto in modo rispettoso dell’ambiente utilizzando un processo geotermico

di Alberto Annicchiarico

L’australiana Vulcan Energy, già quotata a Sydney, punta adesso (prima del suo Paese) alla Borsa di Francoforte attraverso un dual listing, la cui domanda è stata presentata. E la ragione è contemporaneamente finanziaria (più investitori europei) e politica (vedremo tra poco perché). La società guidata dal ceo Francis Wedin, che ha già una sede tedesca a Karlsruhe, dove si chiama Vulkan Energie Ressourcen, intende sfruttare uno dei filoni minerari di litio – componente fondamentale per la realizzazione…

Source link