[REQ_ERR: 403] [KTrafficClient] Something is wrong. Enable debug mode to see the reason. Chiara Mio: «Così la sostenibilità può diventare l’arbitro del mercato» – Quotate

Chiara Mio: «Così la sostenibilità può diventare l’arbitro del mercato»

«Nonostante la parola sostenibilità sia molto utilizzata, vi è una gran confusione sul tema. Le aziende che fanno sostenibilità sono poche, perché non è sufficiente darsi una p€itturata di verde. Essere un’azienda sostenibile significa interrogarsi su come il proprio modello di business può essere radicalmente cambiato attivando tecnologia, accessibilità, comprensibilità per il consumatore e prospettiva di creazione di valore nel lungo termine». Chiara Mio, professoressa all’Università Ca’ Foscari di Venezia, presidente di Crédit Agricole Friuladria e membro nei board Ovs, Danieli, Eurotech e nel cda di Sofidel si occupa di sostenibilità dal 1995 e ha appena pubblicato il volume “L’azienda sostenibile” con Laterza. Certo di passi avanti ne sono stati fatti dai tempi in cui «era solo un tema da donne», ricorda Mio, ma molto resta da fare a partire dalle istituzioni: «L’azienda sostenibile ha bisogno di un ecosistema sostenibile: istituzioni che facciano il loro lavoro, consumatori con sensibilità, associazioni datoriali che diano indicazioni comuni ai singoli settori. In questo senso la pubblica amministrazione dovrebbe dare l’esempio e con il Pnrr avremo l’occasione di accelerare in questa direzione».

Sul fronte delle imprese resta comunque, come ha notato nel suo libro, il problema di rendere «misurabile» la sostenibilità sia per l’esterno sia internamente alle aziende. «C’è il rischio di messaggi plurali: finora abbiamo misurato le imprese con il profitto (ricavi meno costi), oggi invece dobbiamo misurare le aziende in tema di sostenibilità attraverso la governance, l’impatto ambientale e l’impatto sociale. Ognuno di questi ambiti ha poi molteplici sfaccettature. Non è stato ancora trovato un indicatore sintetico di tutti questi aspetti e la ricerca sta andando in questa direzione».

Una direzione richiesta sia dai consumatori sia dagli investitori e dalle banche. «Il consumatore deve essere in grado di riconoscere le aziende sostenibili: qualcuno si affida alle certificazioni di un ente terzo, ma non sempre è possibile, allora ci sono i rating di sostenibilità. Le certificazioni poi hanno due livelli: quelle relative ai prodotti e quelle relative all’intera azienda. In questo secondo caso il driver arriva dalla finanza», sottolinea Mio, che precisa: «Per crescere le aziende hanno bisogno di capitali. Le aziende sostenibili sono meno rischiose, per questo le banche hanno maggiori disponibilità da investire in questa direzione. Le aziende più rischiose richiedono maggiori accantonamenti da parte delle banche e quindi le occasioni di credito non potranno essere moltiplicate. Inoltre sul fronte investitori istituzionali basta citare un dato: oltre il 60% del risparmio gestito in Europa si muove secondo criteri di Esg. Il risparmiatore punta su fondi che devono investire a loro volta nell’ottica di lungo termine, con rischi bassi e rendimento certo. E la sostenibilità garantisce queste caratteristiche».

Inutile dire che le dimensioni medie ridotte delle imprese italiane non possono essere una scusa a non investire in questa direzione. «La sostenibilità non ha confini di settore. Prendiamo l’esempio di Erg, che dall’oil è riuscita a riconvertirsi nelle energie rinnovabili. Questo dimostra che anche settori che sembrano lontani dalla sostenibilità sia possibile evolvere. Inoltre non esiste una barriera dimensionale: le Pmi si trovano a doversi riconvertire alla sostenibilità per poter essere fornitori nelle supply chain» spiega Mio, aggiungendo poi: «In Italia siamo posizionati molto bene. È quasi un fenomeno carsico: c’è molta più sostenibilità di quanto non si veda, perché la sostenibilità fatta dalle pmi è poco visibile». E peraltro spesso è stata portata avanti da manager donna: «Le donne hanno dimostrato di riuscire a trasformare le aziende dall’interno in una direzione in cui il Paese ora si trova costretto a investire. Bisogna riconoscerlo alle manager».

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